Il Passaggio della Beresina: L’inferno bianco di Napoleone
Un racconto storico, umano e simbolico — e perché ancora oggi ci parla
Il passaggio della Beresina non è soltanto un episodio della campagna di Russia: è un simbolo assoluto della tenacia umana di fronte al disastro. È uno di quei momenti in cui la storia, compressa in pochi giorni, assume la forma di una tragedia epica, degna dei grandi poemi antichi.
Oggi quel nome — Beresina — è entrato addirittura nel linguaggio comune francese: “C’est la Bérézina”, si dice quando tutto precipita. Ma dietro quel proverbio ci sono uomini reali, gelo reale, morte reale. E soprattutto un comando disperato: attraversare il fiume o perire.
In questo articolo ripercorro in modo approfondito quei giorni, per offrirti una lettura storica completa e colta. È anche un invito a seguire il mio lavoro sul mio canale YouTube dedicato alla storia napoleonica, dove analizzo questi momenti con cura e passione:
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1. Novembre 1812: la ritirata diventa apocalisse
Quando Napoleone raggiunge la zona della Beresina, la sua Grande Armée non è più l'esercito che aveva varcato il Niemen.
I numeri sono impietosi: da oltre 600.000 uomini, secondo lo storico Adam Zamoyski, si era scesi a meno di 40.000 combattenti ancora in grado di reggersi in piedi. Il resto era stato inghiottito dalla fame, dal gelo, dalla stanchezza o dai cosacchi che tallonavano ogni giorno la colonna.
Il piano della ritirata puntava verso Minsk e la Lituania, ma gli eserciti russi di Čičagov, Wittgenstein e Kutuzov si erano mossi con rapidità per chiudere l’uscita. La Beresina diventò, per Napoleone, come scrive Dominique Le Brun, “una gola montana che si chiude improvvisamente dietro di te”.
❄ Freddo, neve, caos
Le temperature erano proibitive: -20°, -25°, in alcuni momenti perfino -30°.
Le cronache riportano uomini che cadevano addormentati sulla neve e non si rialzavano più; cavalli che si spezzavano le zampe sul ghiaccio; cannoni abbandonati perché i soldati non avevano più la forza di trascinarli.
2. La Beresina: una trappola d’acqua e ghiaccio
Contrariamente a quanto si immagina, la Beresina non era congelata.
E questo peggiorò tutto.
Le correnti erano rapide e il fiume si era solo coperto di una fragile pellicola di ghiaccio, incapace di sostenere il peso di uomini e carri. Per attraversarla occorreva costruire dei ponti — e costruirli in condizioni che sembravano impossibili.
È qui che entra in scena uno dei gruppi più eroici dell’intera epopea napoleonica: i pontonieri del generale Jean-Baptiste Eblé, membri del IX Corpo.
🛠 Eblé, il salvatore ignorato
Quegli uomini avevano portato con sé, contro gli ordini, parte dell’attrezzatura necessaria per costruire ponti. Eblé, considerato da molti storici come uno dei veri salvatori della Grande Armée, ordinò ai suoi uomini di lavorare nell’acqua gelida fino alla vita, senza guanti, senza tregua, per preparare le basi dei due ponti.
Molti morirono dopo poche ore di ipotermia.
Ma senza di loro, come ricorda David Chandler, “nessuno avrebbe attraversato il fiume”.
3. Il ruolo dei marescialli: Victor, Ney, Oudinot
La Beresina non fu solo tecnica e ingegneria: fu anche una battaglia feroce.
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Oudinot sorvegliò il primo attraversamento.
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Victor trattenne Wittgenstein a nord con un eroico combattimento.
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E poi c’era Michel Ney, che come sempre emerse come l’uomo che “dove la situazione è disperata, lì si trova Ney”.
Molti lo ricordano combattere sulle rive innevate, incitando i superstiti, rifiutando di retrocedere.
Secondo lo storico Philippe-Paul de Ségur, Ney era “l’ultima fiamma della Grande Armée”, l’unico che sembrava ancora non rassegnarsi al disastro.
4. 26-29 novembre 1812: quattro giorni che valgono un secolo
26 novembre: il miracolo dei ponti
I pontonieri completano il primo ponte nel tardo pomeriggio. È instabile, vibra, sbuffa. Ma regge.
Napoleone, per incoraggiare gli uomini, si pone in testa alla colonna. È un gesto simbolico — “l’Imperatore attraversa con noi” — e verrà ricordato da molti testimoni.
27 novembre: il caos degli sbandati
Senza più disciplina, migliaia di non combattenti si lanciano sul ponte: civili, servitori, donne, bambini, polacchi, tedeschi, italiani, perfino mercanti al seguito dell’esercito. Il ponte traballa, si piega, quasi si spezza.
Molti cadono nel fiume e vengono trascinati via.
28 novembre: la battaglia infernale
Čičagov lancia l’assalto sulla riva ovest. Victor e i suoi uomini reggono posizioni che sembravano indifendibili.
Il ponte prende fuoco più volte. I pontonieri tornano nell’acqua gelida per salvarlo. È una scena apocalittica: fumo, neve, grida, cavalli impazziti.
29 novembre: i ponti vengono bruciati
Quando l’ultimo soldato passa, gli ingegneri ricevono l’ordine più terribile della loro vita: dare fuoco ai ponti, anche se dall’altra parte vi sono ancora centinaia di sbandati.
L’immagine di quelle persone, inermi, abbandonate, rimane come una ferita morale della campagna.
5. Beresina non fu una sconfitta: fu una sopravvivenza
Gli storici moderni — da Marie-Pierre Rey a Riehn — insistono su un punto fondamentale:
La Beresina NON fu una sconfitta militare.
Napoleone riuscì a fare ciò che sembrava impossibile: attraversare un fiume gelato, sotto attacco da tre eserciti, con un’armata allo stremo. E portò in salvo ciò che restava del comando, dell’onore e della struttura del suo esercito.
Come scrisse Carl von Clausewitz:
“Dalla Beresina, Napoleone uscì come un generale vittorioso, pur tra le rovine del suo esercito.”
Quella frase appare paradossale, ma coglie il senso profondo:
la Francia non cadde nel 1812.
Napoleone tornò a Parigi, riorganizzò, ricostruì un'armata e combatté ancora per tre anni.
6. La Beresina come simbolo personale
Ogni evento storico porta con sé una lezione.
La Beresina è una di quelle lezioni che vanno oltre i libri di storia: è un simbolo di resistenza quando tutto sembra perduto.
Quando parlo di Napoleone sul mio canale YouTube e sui miei blog, provo sempre a collegare la storia alla vita di oggi.
Nella mia idea di personal branding, infatti, il messaggio è chiaro:
La Beresina è il momento in cui ogni uomo deve decidere se arrendersi o costruire il suo ponte.
È una metafora della resilienza — un valore che ho inserito anche nel percorso di crescita personale che condivido con la mia community.
Il mio canale YouTube non è solo un archivio di battaglie: è un progetto culturale per unire storia, motivazione e riflessione.
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7. Le fonti storiche principali (con link)
Per chi desidera approfondire in modo rigoroso:
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Adam Zamoyski, 1812. Napoléon’s Fatal March on Moscow
(https://www.harpercollins.com) -
Dominique Le Brun, Bérézina. Un romanzo storico
(https://www.grasset.fr) -
David Chandler, The Campaigns of Napoleon
(https://press.princeton.edu) -
Marie-Pierre Rey, L’Effroyable tragédie
(https://www.fayard.fr) -
Philippe-Paul de Ségur, Mémoires
(edizione online: https://gallica.bnf.fr) -
Clausewitz, On War
(versione digitale: https://oll.libertyfund.org)
Tutte opere fondamentali per comprendere davvero furono quei giorni sulla Beresina.
8. Perché la Beresina commuove ancora oggi
Alla fine, ciò che rimane non sono solo numeri.
Sono le immagini:
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dei pontonieri che muoiono nell’acqua gelida;
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dei soldati che si stringono attorno alle ultime aquile reggimentali;
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di Napoleone che incita i suoi uomini, forse per l’ultima volta come imperatore invincibile;
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del ponte che brucia, mentre la neve cade lenta.
La Beresina è un momento in cui l’epica, la tragedia e l’umanità si intrecciano in modo perfetto.
La storia napoleonica è ricca di vittorie, glorie e strategie geniali.
Ma sono episodi come questo che ci ricordano che la Storia la fanno gli uomini — fragili, mortali, ma capaci di azioni impossibili.
9. Conclusione — La Beresina è il nostro ponte invisibile
Ogni persona, nella sua vita, attraversa la propria Beresina.
Un momento in cui la tentazione di arrendersi è fortissima, ma la via d’uscita esiste.
È dura, gelida, impossibile — ma esiste.
È questo che cerco di raccontare, giorno dopo giorno, nel mio progetto digitale:
🔹 il blog napoleonico,
🔹 il mio blog personale di riflessioni,
🔹 e soprattutto il canale YouTube Napoleone1769,
che è diventato il cuore della mia divulgazione.
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La Beresina è un simbolo di sconfitta solo per chi resta sulla riva.
Per chi attraversa — anche sanguinante, gelato, distrutto — è un simbolo di rinascita.

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